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Come nasce una mamma di un figlio (anche due) che non c’è?

Come nasce una mamma di un figlio (anche due) che non c’è?
Come ogni altra mamma…
Grazie ad un figlio che prima occupa il suo grembo e poi viene al mondo.
La mia esperienza di maternità interrotta è cominciata come di consueto, con l’annuncio di rito: “Mi dispiace, il battito non c’è più”.
Da quel momento mia figlia non è più stata la bambina da immortalare in una piccola immagine sgranata, in bianco e nero, per cominciare già a collezionare scatti da inserire nel suo album di fotografie, ma si è trasformata in materiale abortivo; io non sono più stata la mamma di mia figlia, ma la Mef (morte fetale endouterina), ricoverata per l’espulsione dell’aborto, non per il parto della bambina che portavo dentro di me.

Le parole… l’importanza delle parole e la scelta precisa di ognuna di esse, quanto contano quando non restano che quelle!

Si dice che un bambino morto durante la gravidanza sia un bambino ‘mai nato’.
Invece è nato. 
Nascere significa venire al mondo, dare alla luce, uscire dal grembo materno.
Che sia attraverso una pratica chirurgica, o farmacologica o per la via naturale, qualunque bambino uscito dal grembo di sua madre, è nato.
Non occorre vivere per nascere. 
E si sa: per ogni figlio che viene al mondo, nasce una mamma, la sua.

Così sono nata mamma di una figlia che non c’è.

Ho combattuto parecchio contro la morte, lei che s’era presa mia figlia, ma perché?

Da qui è cominciato il nostro percorso di famiglia mutilata: una famiglia a cui è venuto meno un pezzo, un figlio, e ha dovuto imparare a fare senza. Quanto è stato importante per noi fare le cose, attivarci per fare quelle cose che fanno tutti i genitori a cui muore un figlio: chiamarlo per nome, dargli sepoltura, vederlo collocare in un luogo in cui poterlo pensare, scegliere la sua lapide.

Lo so bene, sembra qualcosa di inimmaginabile, come non è immaginabile sopravvivere ai propri figli, tuttavia a volte accade, purtroppo. Fare finta che non sia mai successo, chiamare le cose in un altro modo, invitare alla rimozione, auspicare che si mettano altri figli sopra ai figli morti, sperando che scompaiano, un po’ come chiodo scaccia chiodo, non funziona. Almeno non ha funzionato con noi, che, invece, abbiamo avuto bisogno di guardare in faccia la realtà, pur nella sua crudeltà. Un passo alla volta abbiamo messo a posto le cose: abbiamo dato un posto alla figlia, e poi alla seconda figlia, che non avevamo più e abbiamo trovato la ragione delle loro morti: erano morte perché erano in vita. 

Il passaggio fondamentale alla base del nostro percorso è stato l’accettazione: abbiamo accettato di essere umani e affatto onnipotenti, di potere solo provare a far vivere i nostri figli, senza avere alcun controllo su una moltitudine di elementi, compreso il tempo della loro esistenza.

Oggi manca del tutto il riconoscimento sociale dell’esistenza di questi figli, vissuti poco, ma abbastanza da essere parte delle loro famiglie.

In generale non si comprende come un figlio che nessuno ha visto e vissuto, possa essere considerato un figlio: in effetti non è un fatto che la società debba comprendere, piuttosto è un fatto che la società dovrebbe accettare, dato che è quanto sperimentano la gran parte delle famiglie che si trovano a vivere questa esperienza.

Il 30% delle gravidanze esita in un lutto, questo dicono le statistiche: a pensarci bene sono numeri enormi. Sono migliaia di famiglie mutilate ogni anno, che restano senza figli, senza parole e senza riconoscimento. La maggior parte delle morti in gravidanza non trova una ragione scientifica: non si sa perché accada e non si riesce ad evitare. Questo evento produce effetti devastanti sulle famiglie che lo vivono e, dato che spesso non c’è modo di prevenire, né di evitare, sarebbe auspicabile almeno che fossero messi in atto tutti quegli accorgimenti utili a non caricare di dolore una situazione già molto dolorosa.

Ciò che occorre fare è legittimare queste famiglie, trattarle come delle famiglie a cui sono morti i figli. Occorre informarle delle opzioni che hanno in qualità di genitori: occorre informare della possibilità di dare un nome e sepoltura ai propri figli, per esempio. Occorre prendere atto che l’aborto, la morte di un figlio durante l’attesa, non è un fatto raro, piuttosto è un fatto di cui raramente si parla, anche se è un fatto reale col quale in molti si trovano a dovere fare i conti. Oggi che sempre di più si cerca di fare attenzione alla salute, che la salute non è più intesa solo come la salute fisica ed individuale, ma è intesa anche come salute psicologica e collettiva, poiché si è compreso che una società sana è composta da famiglie sane, non è possibile proseguire ad ignorare i bisogni di migliaia di famiglie. Siamo ancora molto indietro in questo campo, occorre cominciare ad andare avanti.

Erika Zerbini
Professionemamma.net